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ALTREFOLLIE : 2° rassegna teatrale del Teatro don Peppe Diana

JUVENTUS –NAPOLI 1-3
LA PRESA DI TORINO

di MAURIZIO DE GIOVANNI con PEPPE MIALE

regia di MASSIMO DE MATTEO scenografia di LUIGI FERRIGNO

Costumi di ALESSANDRA GAUDIOSO

Sinossi
Ci sono giornate nella mia vita che difficilmente dimenticherò . C’è ne una che sono sicuro che mai e poi mai dimenticherò.

Questa storia comincia con una frase esemplificativa in cui il protagonista narrante confessa che sa che esistono cose molto più importanti di una squadra di calcio e dell’amore per essa. Ed è affermazione che mi trova assolutamente d’accordo. Ma è vero anche che la sfera della razionalità non può esplicare l’ inesplicabile se si ritiene essere tale il tifo .Il tifo come sinonimo di comunanza, di punto d’incontro, di crocevia che accomuna in un’unica enorme piazza festante (ma anche “luttuosa”) ragazzi e anziani, ricchi e poveri, intellettuali e ignoranti(….).

Mio padre , i miei zii, mia madre, le mie zie , i miei cugini, le mie cugine,i miei migliori amici dell’adolescenza, tutti coloro che mi circondavano fin da bambino, tutti erano (e sono ) tifosi del Napoli. A differenza delle grandi squadre di Milano, Torino, Roma , la simbiosi tra la Squadra e la città è totale perché si esprime nell’unicità della rappresentanza e nell’unicità della sofferenza trascorsa.

Il Napoli nasce nel 1926 e per oltre 60-anni-60 sopravvive a se stesso tra improvvisi ed esaltanti momenti di gloria e più costanti e deprimenti sconfitte. Sconfitte terribili , sconfitte immeritate e per questo ancora più difficili da sopportare, sconfitte che negli anni hanno costruito nella povera e sofferente anima del “TIFOSO DEL NAPOLI” un complesso di inferiorità ma soprattutto di ineluttabilità  della sconfitta.

Il Napoli magari giocava bene, magari vinceva partite importanti, magari era capace di lottare fino in fondo per raggiungere la vetta, ma c’era sempre un’asperità improvvisa, una sfortunato colpo di vento , un fosso imprevedibile che disarcionava l’amatissimo ciuccio dal compiere l’ultimo passo verso la sommità e godere finalmente il panorama. E più spesso che mai quell’asperità, quel refolo di vento, quel fosso , avevano due colori :il bianco ed il nero. La maglia della Juventus . anzi no. ‘A

Maglia d’ ‘a Juve. Nel 1950, nel 1967,nel 1974 , nel 1981, nel millenovecentosempre  il sogno di arrivare alla vetta più ambita e desiata , LO SCUDETTO, si era dissolto davanti a quel muro bianco e nero. Durante la mia adolescenza nulla mi ha procurato più dolore ( vero, fisico, viscerale) della Juventus, neanche gli sguardi negati delle ragazzine che sognavo.  I colori bianco-neri, i non colori bianco-neri che inghiottivano i celestiali colori azzurri mi creavano dolore di stomaco al solo rappresentarsi nella mia mente.

Tutti questi “miei”sentimenti sono magicamente condivisi da Maurizio De Giovanni ,autore di questo racconto-verità, “La presa di Torino”, che narra di quella giornata di novembre del 1986 quando , dopo poche giornate di campionato vissute gomito a gomito con la Juventus, tutta la città accompagnò la squadra fino a Torino per sfidare il mito a casa sua.

Avremmo perduto certo, ma avremmo combattuto. Avremmo pareggiato certo, e sarebbe stato meraviglioso.

La verità era che nessuno di noi aveva capito fino in fondo che stavolta con noi non c’era Masaniello , c’era un uomo , un uomo vero, grande ,forte, c’era…….

PEPPE MIALE

LA PAROLA “MADRE”

Libero tradimento da “Emma B. vedova Giocasta” di Alberto Savinio

Sinossi

Una notte dopo quindici anni di assenza, Emma B. incontrerà suo figlio. E’ una notte di attesa, ma anche di festa. Savinio immagina la sua protagonista sola in scena, in un monologo allucinato; noi le affianchiamo  due personaggi  che insieme a lei danno vita ad  una danza dell’attesa e nello stesso tempo si fanno narratori-testimoni di un segreto profondo e impronunciabile: l’incesto compiuto dalla protagonista con suo figlio per sottrarlo ad una ispezione nazista. La condanna dell’incesto resta sulla soglia dell’ambiguità: Emma infatti è  madre, ma sembra riconoscere  nel figlio il suo uomo, o ancora meglio il suo complemento, l’essere umano da lei generato e che può renderle il  sesso mai posseduto, e la libertà legata all’essere maschio.

Delusa da una prima figlia perché femmina e condannata a passare da un padrone all’altro (padre, madre, marito), sembra pronta a voler portare a se definitivamente quel figlio, il quale ha per

troppo tempo cercato in altre donne la felicità e fatto fatica a “pronunciare la parola madre fuori da certi significati”.

 

DELLA STORIA DI G.G.

“dal racconto di Mariagrazia Rispoli drammaturgia di Gea Martire regia di Mariano Lamberti con Gea Martire”

Per il taglio grottesco e ironico che lo contraddistingue, il monologo de “Della storia di G.G.” si può facilmente ascrivere nel registro della “black comedy”.
La storia della donna che subisce la dolorosa perdita del padre ma che prova allo stesso tempo un’alquanto irrefrenabile attrazione per l’uomo che ha il compito di sotterrarlo. si presta bene così ad una buona dose di humour nero.
L’idea è quella di rendere attraverso due personaggi distinti queste due contrastanti emozioni all’interno della stessa persona(dolore e piacere, lutto ed Eros, …), rappresentando questa sorta di sdoppiamento psichico con due diverse personalità.
Dalla rimozione del dolore della perdita si genera quindi un doppio sé che agisce sente e vive in maniera diametralmente opposta: tanto l’uno è fragile, luttuoso e si esprime con toni veri e dolorosi, tanto l’altro è perfido, beffardo e usa toni da femme fatale di provincia. I due personaggi si alternano, si danno la mano, altre volte si fanno la guerra, in una sorta di girandola schizofrenica che si fa via via sempre più grottesca e divertente.(Mariano Lamberti)

Dal racconto di  Mariagrazia Rispoli

Drammaturgia  di Gea Martire

 

ANTIQUAE FABULAE NAPULITANE

con Gioia Miale, Elisabetta D’Acunzo, Peppe Papa

Regia di Daria D’Antonio

In ogni vico, in ogni palazzo antico si celano storie di uomini e donne che si perdono nella notte dei  secoli.

Spesso queste storie vengono raccontate, nel tempo tramandate e,

di bocca in bocca, spesso arricchite.

ANTIQUAE FABULAE NAPULITANE è uno spettacolo di racconti, musica e ritmi lontani che rievocano fantasmi e suggestionano l’ascoltatore, portandolo per mano nel magico mondo della Leggenda…dove nulla è vero ma tutto è reale.

Dove anche il più scettico deve fermarsi a pensare.

Dove basta lasciarsi andare per credere che, a volte, una storia diventa vera solo perché ben raccontata.

Daria D’Antonio

L’Incoronata

drammaturgia
Emanuele Tirelli
con Mariangela D’Amora
regia Iolanda Salvato

Napoli, Piazza Carità, corte di Palazzo Mastelloni.
Nella notte tra il 9 e il 10 settembre, il fantasma di Luisa Sanfelice appare in compagnia di sua madre per consumare la vendetta nei confronti di Ferdinando di Borbone.  Il re, accanito contro di lei, l’ha condannata a morte rifiutandole la grazia chiesta dagli stessi reali napoletani. Incoronata madre della patria, rea di stato e fedifraga, Luisa ha salvato momentaneamente la Repubblica Napoletana del 1799 dalla congiura controrivoluzionaria dei Baccher e, per questo suo sgarro, è salita al patibolo mentre parte dei suoi amici riusciva a ottenere l’esilio. Troppo parlata, poco conosciuta, molto invidiata per la bellezza disarmante e la freschezza
leggera: una donna innamorata della vita e della speranza, adesso fantasma ossessionato da Ferdinando che attende per liberarsi del tormento attraverso l’assassinio.

Luisa si esprime in lingua napoletana e racconta un’esistenza profumata di fiducia, l’amore per un marito che la abbandonerà per debiti di gioco, le amicizie dissolte, la morte dell’unico uomo che abbia avuto cura di lei, la rivoluzione napoletana.  L’ossessione deflagra sul palco in una più ampia e dolorosa consapevolezza. Gonfia di rancore,
l’anima è cieca e preda di se stessa, inciampando in una corda sempre più spessa mentre cerca di convincersi che scioglierà tutti i suoi nodi in un colpo solo.

E’ la storia di una donna dibattuta e controversa. Di un periodo fondamentale per l’Italia, ma increspato da un regno ferino e da un ricordo sempre più sbiadito.  E’ il racconto di una necessità. La cornice di una città meravigliosa e forte, ma anche vanitosa e, troppo spesso, capricciosa e accondiscendente.

Luisa Molina Sanfelice è “L’Incoronata”. Fantasma di se stessa, solo la definitiva esplosione di collera la accompagnerà verso la liberazione dall’ossessione, mentre la comicità riuscirà spesso  e volentieri a fare un sol boccone del “tragico”.
Stavolta, l’incanto è quello della liberazione, dell’ascolto: è solo quando tutto è finito che tutto può iniziare davvero.

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